IL SALTO NEL VUOTO

Ricordo come fosse ieri la prima volta in cui capii di essere "diversa" da tutti i miei coetanei.

Fu come se, all’improvviso, mi avessero lasciata cadere nel vuoto, senza alcun appiglio a cui aggrapparmi, né un paracadute a cui affidarmi.

Provate a immaginare una bambina di appena cinque anni, in un pomeriggio qualunque, trascorso all’interno della scuola materna dove stava frequentando l’ultimo anno, prima di passare finalmente alle scuole elementari.

Le insegnanti, solitamente gentili e premurose, decisero di fare contenti tutti i bambini, preparandoli per l’anno scolastico a venire, insegnando loro a scrivere qualche lettera dell’alfabeto. A questo scopo, distribuirono fogli bianchi e pennarelli.

La bambina era felicissima di imparare cose nuove e di fare ciò che facevano “i grandi”, ovvero: leggere e scrivere.  
Così, una volta preso posto al suo banco e sistemato il foglio davanti a sé, rivolse lo sguardo verso la lavagna… ed è lì che accadde qualcosa che non si aspettava.

Guardava e riguardava, ma nulla: vedeva solo righe bianche confuse.  
Inizialmente non capì bene cosa stesse succedendo, sapeva solo che qualcosa non andava. Si stropicciò gli occhi più volte, credendo fosse quella la causa della difficoltà a mettere a fuoco, ma il risultato era sempre lo stesso.

A quel punto, terrorizzata e terribilmente confusa, iniziò a piangere a dirotto. Era diventata inconsolabile.

Le insegnanti – che non erano preparate ad affrontare una situazione simile – fecero l’unica cosa possibile: consolarono la bambina e le dissero di non preoccuparsi, di stare tranquilla e di fare tanti bei disegni, lasciando correre la fantasia.

Fu allora che la bambina capì: nulla sarebbe più stato come prima nella sua vita.

Questo evento segnò inevitabilmente un confine indelebile tra la spensieratezza, l’innocenza e la durezza della realtà, dove ogni scherzo, dispetto o presa in giro subita da parte dei compagni assunse una connotazione diversa, più profonda.

Si rese conto, con estrema chiarezza, che da quel momento in poi il mondo che aveva sempre “visto” e conosciuto, fatto di giochi e risate, non esisteva più, lasciando il posto a un mondo più freddo e ricco di insidie.

Oggi non sono più quella bambina, per fortuna, ma una donna adulta che ha imparato tanto da quel fatidico giorno.

Quel momento, però, lo porterò con me per sempre.

Spero che questo mio racconto possa aiutare ognuno di voi a riflettere un po’ di più sulla parola “disabile” – troppo spesso utilizzata con leggerezza – senza rendersi conto che non è un’etichetta da affibbiare a qualcuno, ma un modo di vivere la vita fuori dall’ordinario.  
Non per questo meno importante o valido rispetto a ciò che si conosce.  
Anzi, è esattamente l’opposto.

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