IL DONO CHE PARLA DI SÈ

Per molto tempo ho vissuto la mia disabilità come qualcosa da nascondere, da minimizzare, da rendere invisibile, non perché me ne vergognassi, ma perché temevo che gli altri vedessero solo quella,
che si fermassero all`apparenza, senza andare oltre.

Eppure, col passare degli anni, ho compreso che le persone che veramente mi ascoltavano — pietre miliari in un arido deserto — coglievano in me profondità che io stessa faticavo a riconoscere, come empatia, ascolto, intuizione, una sensibilità che non era debolezza, ma, bensì, forza tutte caratteristiche fortemente radicate in me.

Ho capito che la disabilità non era solo una condizione fisica. Era una “lente” attraverso cui guardare il mondo, che mi ha insegnato a cogliere le sfumature, a leggere ciò che non viene detto, a dare valore ai gesti, ai silenzi, agli sguardi.

E allora, invece di chiedermi: “Perché proprio a me?” 
mi sono chiesta: “Cosa posso fare con questo dono?”

Si avete letto bene: "dono" perché, oggi, non vedo la disabilità come un ostacolo, ma bensì come una risorsa da cui partire per costruirsi un’identità propria, che parli di sé.

Il percorso per arrivare fin qui non è stato facile, né lineare, ve lo assicuro.

Ci sono stati momenti di buio, di domande che sembravano non avere risposta, di silenzi che pesavano più delle parole.

Ma ogni passo, anche il più incerto, mi ha insegnato qualcosa. 

Mi ha mostrato che la fragilità non è debolezza, che la diversità non è mancanza, che il dolore, se ascoltato, può diventare voce.

Scrivere queste righe è stato come riannodare i fili della mia storia, non per sistemarla, ma per darle spazio. 

Ogni vissuto merita di essere raccontato, e ogni voce — anche la più sottile — ha il diritto di essere ascoltata.

E se c’è una cosa che porto con me, è questa: 
la mia disabilità non mi definisce, semplicemente mi ha resa più me stessa che mai!

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